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Il parere di un biologo marino sulla pesca a spinning – parte 2

Il parere di un biologo marino sulla pesca a spinning – parte 2

Ecco la seconda parte dell’intervista ad opera degli amici di Planetspin a un biologo marino sulla pesca a spinning. Attenzione non parliamo di un normale biologo ma di uno pratico con la canna da pesca , perché è anche un appassionato pescatore. Se ti eri perso la prima parte dell’articolo ” Il parere di un biologo marino sulla pesca a spinning ” clicca qui.

 

Molti pescatori lamentano cambiamenti visibili della composizione della fauna marina, ma come stanno davvero le cose?
In realtà l’effetto più evidente che possiamo riscontrare in Mar Mediterraneo è una “meridionalizzazione degli habitat” che porta alla diffusione verso Nord di specie mediterranee che erano caratteristiche delle regioni più meridionali: l’aguglia imperiale, il pesce balestra, il pesce palla, il pesce serra, il pesce pettine, ma anche la lampuga e il barracuda mediterraneo. Sono specie che negli ultimi anni hanno amplificato la loro presenza e sono comparsi in zone dove in precedenza erano poco conosciuti. È un fenomeno generato sicuramente dall’aumento di temperatura delle acque superficiali; la temperatura media del Mediterraneo in realtà, per quanto ne dicano i media, continua ad essere praticamente costante.

Fra le specie che sembra si stiano diffondendo maggiormente il pesce serra occupa un posto di particolare interesse per noi pescatori. Molti temono che la sua diffusione possa distruggere la fauna locale, ritieni giustificata questa preoccupazione? A cosa pensi possa essere dovuta questa diffusione, e cosa possiamo fare noi pescatori?
La comparsa di nuove specie o il loro aumento numerico produce sempre un riequilibrio nei sistemi ecologici, sicuramente la comparsa del pesce serra può aver occupato delle piccole porzioni di areali che in precedenza potevano essere sfruttate da altri pesci, penso ad esempio alla spigola… Una specie può sostituirne un’altra solo se le rispettive nicchie ecologiche sono perfettamente coincidenti, e francamente non vedo come il pesce serra, che inoltre è una specie “stagionale”, possa competere in modo così drastico con i nostri più comuni pesci costieri. Pochi mesi fa tra il pescato di un peschereccio di Civitavecchia hai trovato una specie che non ti saresti aspettato. Raccontaci questa esperienza. Durante le normali operazioni d’ispezione ho notato tra il pescato uno strano pesce di una specie sconosciuta… ho preso quindi la decisione di sequestrare l’esemplare per studiarlo con più calma. Dopo dettagliate ricerche sono riuscito a classificare l’esemplare come un Longfin Bigeye, appartenente alla famiglia dei Priacantidi; una specie caratteristica dell’oceano indo-pacifico, in particolare dell’area giapponese, diffusa tuttavia in molti mari tropicali e subtropicali del pianeta. Un pesce del genere ritrovato in un’area così settentrionale del Mar Mediterraneo è un ritrovamento di una certa rilevanza. I Priacantidi sono lontani cugini delle cernie, contano una ventina di specie, sono pesci di media pezzatura ed hanno abitudini gregarie e costiere legate di solito alle barriere coralline, conosciuti in lingua anglosassone sotto il nome comune di “big eyes”.  La specie ritrovata da me è forse la più caratteristica della famiglia, 55 cm, di colore rosso fuoco con grandi pinne pettorali; a differenza delle altre specie della sua famiglia risulta essere un pesce batipelagico, si trova spesso solitario, a volte in coppia; è un predatore di fondale, vive di solito dai 100 ai 300 metri di profondità. Volendo fare un corrispettivo con le nostre specie potremmo assimilarlo ecologicamente ad un pesce castagna o un pesce San Pietro.

Si tratta di una specie pericolosa per la fauna del mediterraneo o possiamo stare tranquilli?
Data la sua poca diffusione, anche in zone dove viene normalmente pescato, penso non possa avere alcun impatto sulla fauna locale. Nello stomaco dell’esemplare pescato in Mar Tirreno sono stati ritrovati resti di crostacei e piccoli invertebrati bentonici.

Pensi che in futuro avvistamenti del genere saranno più comuni?
Questo ritrovamento risulta essere davvero particolare, sono in corso analisi genetiche sull’esemplare ritrovato al fine di stabilirne l’effettiva provenienza. Tuttavia dai primi riscontri è possibile ipotizzare che il Priacantide catturato in Mar Tirreno sia penetrato in forma larvale in Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra, originario probabilmente delle popolazioni delle isole oceaniche dell’Atlantico, dove la specie risulta essere presente, benché poco comune. L’immissione di specie atlantiche da Gibilterra è un processo in corso da milioni di anni, tanto da poter considerare tutte le specie dei nostri più comuni pesci come originarie di questo Oceano. Il ritrovamento di nuove specie, come nel caso del C. japonicus, porta a pensare che questo fenomeno di ripopolamento possa essere ancora in atto, agendo parallelamente, ma in modo assolutamente indipendente, all’effetto dei cambiamenti climatici e all’immigrazione di nuove specie attraverso la via del Mar Rosso.

Ringraziamo sentitamente il Dottor Ruggiero a nome di tutta la comunità di PLANETSPIN per la grande cortesia e disponibilità dimostrata nella realizzazione di questa intervista.

Dott. Luca Ruggiero  Ispezione Prodotti Ittici – Biologia della Pesca – mail: tirreno.whale@libero.it

Alfonso Miniaci PRO STAFF PLANETSPIN sezione ambientale

 

Fonte planetspin.it

Foto Flavio Oliva

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